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domenica 5 febbraio 2012

lunedì 8 novembre 2010

Inception

L'ultimo film di Christopher Nolan ci sorprende per i numerosi temi che mette in scena, per gli stimoli di riflessione che ci regala.

«Qual è il parassita più resistente? Un batterio? Un virus? Una tenia intestinale? No, un'idea. Persistente, contagiosa. Una volta che si è impossessata del cervello è quasi impossibile sradicarla ed è per questo che devo rubarla»

Dom Cobb ruba segreti nelle menti delle persone mentre sognano, quando la mente è più vulnerabile, in bilico tra il sogno e la realtà. Il confine tra realtà e sogno è talmente incerto e indefinibile che Cobb ha bisogno di un “totem”, una piccola trottola di metallo, per riconoscerlo. Nel sogno la trottola continua a girare all'infinito, nello stato di veglia la trottola si ferma e cade. Grazie alla sua abilità, il protagonista è molto ricercato nel campo dello spionaggio industriale ma è accusato dell'omicidio della moglie Mal ed è costretto a vivere lontano dai suoi figli per sfuggire alla condanna.

Mal si è in realtà suicidata perché non è stata capace di distinguere la realtà dal sogno, non ha superato con la consapevolezza i suoi fantasmi. Ma ora a Cobb viene offerta una chance di redenzione: un ultimo lavoro potrebbe restituirgli la sua vita, ma solo se riuscirà a rendere possibile l'impossibile. Quest'uomo è uno specialista nel suo campo, è il più bravo, solo lui sarà dunque capace anche di innestare un'idea nella mente di un essere umano. L'idea consiste nel convincere il figlio di un uomo d'affari a dividere il suo impero economico alla morte del padre. In cambio Cobb otterrà l'impunità e potrà riabbracciare i suoi figli. Per questa impresa estremamente pericolosa ingaggia Arianna, una giovane studentessa capace di progettare l'architettura del sogno su tre livelli.

Un film incompiuto per alcuni, troppo hollywoodiano per altri, certo Nolan ha voluto strizzare l'occhio a tutti, è stato attento al botteghino confezionando, su un'idea affascinante, un action movie che mescola generi dalla fantascienza allo psico-thriller, al video-gioco.

La sceneggiatura si snoda tra sogno e realtà, tra i diversi livelli del sogno in cui si consuma lo scontro mortale tra conscio e inconscio con difficoltà per lo spettatore di distinguerne i contorni.

Tra il frastuono di combattimenti gratuitamente lunghi, sotto macchinosi espedienti per dare risposte forse non necessarie al senso della storia, è possibile una lettura convincente e suggestiva.

Cobb incarna immediatamente il tema di fondo del film, il rapporto-scontro tra razionale e irrazionale, tra ragione e inconscio. La sua è una storia d'amore e di perdita, di ricordi e di senso di colpa per ciò che, grazie alle sue abilità nel mondo delle idee, è accaduto a Mal, la sua amatissima moglie.

La forza di un'idea nella mente.

Un'idea, una volta entrata nella mente, a spasso tra le connessioni neuroniche può generare altre idee in una costruzione di immagini creative, di identità indipendenti o degenerare distruttivamente, come succede a Mal. Lei conserva qualcosa chiuso dentro di sé e questa chiusura la perde.

Il messaggio è di apertura, “immagina sempre posti nuovi” dirà Dom ad Arianna, l'architetta dei sogni, “non rifarti alla memoria.” La memoria è ingannevole, imprigiona dentro labirinti fatti di ricordi, rimpianti, emozioni negative come il senso di colpa e porterà con sé tutte le proiezioni assassine.

Il risveglio finale dal sogno avverrà al suono di Je ne regrette rien cantata da Edith Piaf, canto di desiderio e di liberazione.

Il film nella sua geometria orchestra bene le dinamiche tra mente ed emozioni. Cobb, eroe razionale, è preda del senso di colpa cui non riesce a sfuggire, Arianna lo aiuterà a uscire dal labirinto e a compiere la missione di innestare un'idea, di vincere l'inconscio negativo. La missione è rischiosa, in pericolo c'è la vita stessa, lo scontro tra ragione ed emozione è mortale.

Arianna, giovane donna lucida e coraggiosa è forse il personaggio chiave: quando tutto sembra perduto esorta Dom a tentare: può farcela, deve provare. In questo vedo il femminile positivo, lei infatti non sbaglia mai, si muove con sicurezza nello spazio geometrico che crea e nel tempo che sembra non avere misteri per lei, sa infatti distinguere tra sogno e realtà o meglio non si cura del problema ma coglie il kairós, il tempo giusto, per salvare Dom da Mal.

Il rapporto tra vita reale e vita sognata è un tema centrale, il film sembra dire che non possiamo porre una linea di demarcazione tra realtà e sogno, importante è aprirci sempre a nuovi sogni e non chiudere e ripiegare la nostra immaginazione su immagini-ricordo. Bellissima la scena della città che si ripiega su se stessa come una coperta mortale e claustrofobica. Arianna a quel punto abbatterà gli specchi che racchiudono immagini del passato e troverà una via libera e aperta.

Il film si apre con l'immagine di Dom naufrago, sulla stessa spiaggia in cui giocano i suoi bambini, a delineare il set, una spiaggia, luogo di partenze e di approdi, luogo di confine tra la razionale terra e l'immenso mare inconscio, ma i bambini sono di spalle, negati, lontani.

Si chiude con una speranza di abbraccio, di ricongiungimento reso possibile dal perdono di sé che Dom finalmente raggiunge, e questo è il finale desiderato, la trottola sta ancora girando a significare che la vita è sogno, ma sempre un sogno nuovo...Je ne regrette rien...

Ottimo come sempre Di Caprio, efficace la dolcissima interprete di Juno, Ellen Page, Marion Cotillard, splendida Edith Piaf ne La vie en rose, è un'intensa Mal, congeniale al tema di amore e morte che incarna, e conferma, con la sua presenza, l'omaggio alla grande cantante francese.

La giovinezza nella vecchiaia

La giovinezza nella vecchiaia

La nostra epoca è implacabile con gli anziani. L'aggettivo "vecchio", in tutte le sue accezioni, aggiunge una connotazione negativa al sostantivo cui si accompagna. Potremmo provare a riflettere su questa nostra distorsione cognitiva e a ribaltare valori e significati.
Pensiamo al tema dell'identità: io cambio continuamente, le vicende della mia vita, le ferite, le gioie, i traumi fisici ed emotivi mi cambiano, ma io rimango sempre io, sono diversa e identica. Le nostre cellule subiscono cambiamenti, ricambi, tuttavia anche se la materia del nostro corpo cambia, il nostro carattere, ciò che ci contraddistingue, che si avvicina all'idea di forma immutabile, rimane e persiste.

La nostra vita è un mantello pieno di rattoppi che ci avvolge. Epperò noi, sotto il mantello, conserviamo il fanciullo, con il suo carattere in nuce, ma già così evidente, che fatica a esprimersi per la sua dipendenza, per la debolezza fisica e sociale che lo impedisce.

Il vecchio attualizza il fanciullo, col suo carattere, immutato e indomito ne condensa la storia e, a un tempo, conoscendone lo snodarsi, fa dei rattoppi un puzzle variopinto.
Il fanciullo non ha rattoppi, è nuovo; il vecchio, circondato dal suo mantello, porta con sé il vecchio e il nuovo, quel nuovo e vecchio fanciullo che non muore mai.
Il vecchio è stato giovane, dunque sa della giovinezza; il giovane non è ancora vecchio, dunque non sa della vecchiaia.

L'invecchiamento rivela la saggezza del corpo, dice James Hillman.
Il corpo conosce se stesso attraverso il tempo ciclico delle stagioni, il susseguirsi di caldo e di freddo, di luce e di oscurità; la vecchiaia scopre il valore del tempo ciclico, il suo prevalere sul tempo lineare, perché a ogni inverno il vecchio sa bene che seguirà un'altra primavera, a rinnovare la sua fanciullezza mai dimenticata.

Il vecchio non cresce, si è liberato di questa illusione, sa che possiamo solo essere noi stessi, e diventarlo sempre più, esprimendo e confermando quel carattere bambino che, forma immutabile, rimanda all'anima e alle sue i-stanze, stanze, luoghi, spazi, mentali ed emotivi, di cui -forse solo nella vecchiaia libera da doveri sociali, da pregiudizi, da timori- l'anima si appropria, come in un ri-congiungimento, un ri-torno.

Si dice comunemente, infatti, che il vecchio torni bambino, questa affermazione porta con sé molta verità, va oltre la semplice constatazione di un ritorno alla dipendenza fisica, alla debolezza delle membra, alla semplicità di pensiero.

Il vecchio ri-torna bambino perché recupera la circolarità che in altre età si smarrisce.
Il senso del tempo, per colui/colei che ha vissuto molte stagioni, non può più avere una forma lineare, in fondo statica nella sua rigidità, ma acquista quell'elasticità che viene meno alle articolazioni, in una sorta di compensazione, di equilibrio.

Il carattere, quale forma immutabile, è l'espressione visibile dell'anima, ne agisce le qualità, più o meno buone e virtuose, quali che siano.

Se col passare degli anni il carattere si rinforza e si consolida, così anche l'anima trova maggiore spazio espressivo, dilaga e si raccoglie in se stessa alternando azione e riflessione così come il tempo ciclico consente e impone.

Il vecchio non ha fretta, sa che il tempo ha le sue regole, il Kairòs fanciullo passerà al tempo giusto, perché guardando indietro, tra i ricordi-conoscenza, scorgerà il senso degli accadimenti, saprà che ogni tassello, anche il più piccolo, aveva una sua collocazione, un suo senso, proprio nel tempo che ha costruito la sua storia.

La storia intesa come vissuto su una strada, un percorso, viene letta nel doppio senso lineare e circolare, gli anni della scuola sono lontani: prima, seconda, terza e così via. L'idea di crescita lineare che in quell'età era dominante, ora è accantonata, come scolorita. Date, ricorrenze, ripetizioni e ritorni, hanno segnato le rughe sul corpo del vecchio. Le opere e i giorni di Esiodo rendono bene il senso di un vissuto che accetta il lavoro come necessità, come osservanza delle leggi cicliche delle stagioni, come obbedienza agli dèi.

Un vissuto-narrazione che non si smarrisce mai, ma resta come mantello variopinto, come tessitura di fili multicolori, geografia in carne e ossa, composizione di suoni, armonie che assorbono anche i disaccordi, trovandone un senso.

Il vecchio può attraverso la narrazione della sua storia -peripezie odisseiane di partenze e ritorni- tracciare e rin-tracciare percorsi di senso e sensi nei percorsi avventurosi di ricerca, negli errori dell'errare che riconducono all'unica finalità di trovare e realizzare se stessi: quel demone-carattere che lo ha guidato, si è fatto strada, sgomitando, soffrendo, andando e ritornando sempre.

«Il carattere dell'uomo è il suo demone», dice Eraclito (DK, B 119 [121]).

Il demone del vecchio si realizza, esce allo scoperto, non più imbrigliato, trova il coraggio e, per dirla con Hillman, la forza di dire e agire ciò che pensa, non avendo nulla da perdere, non avendo timore di essere giudicato, di essere in minoranza, di perdere la “faccia”, non obbedirà più a pregiudizi sociali, a convenzioni e regole che non condivide, obbedirà solo alle istanze dell'anima.

L'anima desidera bellezza, lealtà, rispetto delle persone e dei valori storico-culturali, l'anima così darà forma al vecchio, lo renderà in forma, oltre gli allenamenti in palestra, oltre una sana alimentazione e le cure mediche.

La Faccia del vecchio, se non si sottopone a chirurgie estetiche mortificanti,
si impone con autorevolezza, il suo solo esistere sarà garanzia di riconoscimento, di legittimazione, di identità realizzata.

È in costruzione una faccia, spesso contro la nostra volontà, a testimoniare il nostro carattere. È work in progress, costruzione dell'immagine, preparazione di una faccia che ha poco da spartire con le facce da incontrare. Il vecchio deve usare la sua faccia, abbiamo troppo poche immagini dell'irresistibile intensità dell'anima1.

L'intensità si esprime originariamente come pregnanza di costellazioni e immagini significanti l'esistente, e anche come pesi e misure di conoscenze, sentimenti, stati emozionali.

Tutto quello che nella vecchiaia odiamo anche la gioventù conosce: anche i giovani soffrono la solitudine, l'abbandono, il rifiuto, l'invisibilità, l'impotenza, il parlare senza essere compresi.

La differenza sta nella misura.

Il vecchio si trova di fronte alla sofferenza con drammatica necessità sia per l'indebolimento del suo corpo sia per le difficoltà di ordine sociale, sempre più spesso prova quei sentimenti che per tutta la vita lo hanno accompagnato, ma poteva eluderli, compensarli, misconoscerli con l'autoinganno.

La vecchiaia dunque è il disvelamento della tragicità della vita, l'incalzare del tall dark stranger, il senex solo e saggio che può, in quanto deve, guardare con più lucidità il mondo e il riflesso di se stesso nel mondo.

La tragicità della vita viene, da giovani, rifiutata, ricacciata nella dimensione spazio-temporale del ci penserò domani, in un rimando di tempo e di luogo che rinuncia al coraggio della consapevolezza, si ferma al “si invecchia”, “si muore”, che non riguarda me o almeno non ora.

Ma ditemi, fratelli, che cosa sa fare il fanciullo, che neppure il leone era in grado di fare? Perché il leone rapace deve anche diventare un fanciullo? Innocenza è il fanciullo e oblio, un nuovo inizio, un giuoco, una ruota ruotante da sola, un primo moto, un sacro dire di sì. Sì, per il giuoco della creazione, fratelli, occorre un sacro dire di sì: ora lo spirito vuole la sua volontà, il perduto per il mondo conquista per sé il suo mondo. Tre metamorfosi vi ho nominato dello spirito: come lo spirito divenne cammello, leone il cammello, e infine il leone fanciullo2.

Penso che il tragico, quando è riconosciuto nella consapevolezza, accettato e accolto qui e ora, scivoli, senza forzatura, verso il comico che conduce al sorriso, all'innocenza del fanciullo, dimori nella ciclicità che non rimanda ad altro tempo, ad altro luogo ma a un'ulteriorità presente e trascendente insieme che ci fa dire: io invecchio, io muoio.

Note

1 J. Hillman, La forza del carattere, Adelphi, Milano 2000, p. 210.

2 F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano 200829, pp. 24-25.

Bibliografia

J. Hillman, La forza del carattere

Esiodo, Le opere e i giorni

Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male - Così parlò Zarathustra

Eraclito, Frammenti

Cornelio Nepote, De viris illustribus

Woody Allen, You'll meet a tall dark stranger

Pubblicato il 3-Agosto 2010 su Vita Pensata-Rivista online di Filosofia e Cultura.

lunedì 1 novembre 2010

http://www.youblisher.com/p/63718-Vita-pensata-Anno-I-N-5-Novembre-2010/

domenica 31 ottobre 2010

AIPhi - Associazione Italiana Philosophoi-

organizza la formazione per l'avvio alla professione di Cosulente Filosofico.
Il corso è rivolto ai laureati in Filosofia e/o discipline affini e si propone di fornire conoscenze epistemologiche ed esperienziali indispensabili per una idonea preparazione ad affrontare le problematiche etico-esistenziali che i consultanti propongono.
Il corso sarà svolto con le seguenti modalità:

150 crediti (biennali) ottenibili attraverso
Partecipazione ai Seminari di Aiphy (5/anno)
Laboratori (4/anno)
Supervisione (2/anno)
Tirocinio (150 ore/biennale)
Consulenze individuali (25 ore/biennale)
Pubblicazioni
Tesina

Aggiornamenti
20 crediti annui ottenibili attraverso
Partecipazione ai Seminari di Aiphy (4 seminari per 5 crediti/ 2 seminari sono obbligatori)
Convegni (previo accredito AiPhy) (da 1 a 2 crediti)
Nuovi titoli universitari (previo accredito AiPhy) (da 1 a 2 crediti)
Pubblicazioni (previo accredito AiPhy) (da 1 a 2 crediti)
Frequenza corsi universitari (previo accredito AiPhy) (da 1 a 2 crediti)
Ore di consulenza (previo accredito AiPhy) (da 1 a 2 crediti)
Tirocinio (previo accredito AiPhy) (fino a 5 crediti, in relazione alle ore certificate)

per ulteriori informazioni:
segreteria@aiphi.it
paola.filadelli@gmail.com
335 8269631

martedì 3 agosto 2010

Vita pensata


E' uscito il secondo numero dei Vita pensata, Rivista mensile di filosofia.
http://www.vitapensata.eu/