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lunedì 8 novembre 2010

Inception

L'ultimo film di Christopher Nolan ci sorprende per i numerosi temi che mette in scena, per gli stimoli di riflessione che ci regala.

«Qual è il parassita più resistente? Un batterio? Un virus? Una tenia intestinale? No, un'idea. Persistente, contagiosa. Una volta che si è impossessata del cervello è quasi impossibile sradicarla ed è per questo che devo rubarla»

Dom Cobb ruba segreti nelle menti delle persone mentre sognano, quando la mente è più vulnerabile, in bilico tra il sogno e la realtà. Il confine tra realtà e sogno è talmente incerto e indefinibile che Cobb ha bisogno di un “totem”, una piccola trottola di metallo, per riconoscerlo. Nel sogno la trottola continua a girare all'infinito, nello stato di veglia la trottola si ferma e cade. Grazie alla sua abilità, il protagonista è molto ricercato nel campo dello spionaggio industriale ma è accusato dell'omicidio della moglie Mal ed è costretto a vivere lontano dai suoi figli per sfuggire alla condanna.

Mal si è in realtà suicidata perché non è stata capace di distinguere la realtà dal sogno, non ha superato con la consapevolezza i suoi fantasmi. Ma ora a Cobb viene offerta una chance di redenzione: un ultimo lavoro potrebbe restituirgli la sua vita, ma solo se riuscirà a rendere possibile l'impossibile. Quest'uomo è uno specialista nel suo campo, è il più bravo, solo lui sarà dunque capace anche di innestare un'idea nella mente di un essere umano. L'idea consiste nel convincere il figlio di un uomo d'affari a dividere il suo impero economico alla morte del padre. In cambio Cobb otterrà l'impunità e potrà riabbracciare i suoi figli. Per questa impresa estremamente pericolosa ingaggia Arianna, una giovane studentessa capace di progettare l'architettura del sogno su tre livelli.

Un film incompiuto per alcuni, troppo hollywoodiano per altri, certo Nolan ha voluto strizzare l'occhio a tutti, è stato attento al botteghino confezionando, su un'idea affascinante, un action movie che mescola generi dalla fantascienza allo psico-thriller, al video-gioco.

La sceneggiatura si snoda tra sogno e realtà, tra i diversi livelli del sogno in cui si consuma lo scontro mortale tra conscio e inconscio con difficoltà per lo spettatore di distinguerne i contorni.

Tra il frastuono di combattimenti gratuitamente lunghi, sotto macchinosi espedienti per dare risposte forse non necessarie al senso della storia, è possibile una lettura convincente e suggestiva.

Cobb incarna immediatamente il tema di fondo del film, il rapporto-scontro tra razionale e irrazionale, tra ragione e inconscio. La sua è una storia d'amore e di perdita, di ricordi e di senso di colpa per ciò che, grazie alle sue abilità nel mondo delle idee, è accaduto a Mal, la sua amatissima moglie.

La forza di un'idea nella mente.

Un'idea, una volta entrata nella mente, a spasso tra le connessioni neuroniche può generare altre idee in una costruzione di immagini creative, di identità indipendenti o degenerare distruttivamente, come succede a Mal. Lei conserva qualcosa chiuso dentro di sé e questa chiusura la perde.

Il messaggio è di apertura, “immagina sempre posti nuovi” dirà Dom ad Arianna, l'architetta dei sogni, “non rifarti alla memoria.” La memoria è ingannevole, imprigiona dentro labirinti fatti di ricordi, rimpianti, emozioni negative come il senso di colpa e porterà con sé tutte le proiezioni assassine.

Il risveglio finale dal sogno avverrà al suono di Je ne regrette rien cantata da Edith Piaf, canto di desiderio e di liberazione.

Il film nella sua geometria orchestra bene le dinamiche tra mente ed emozioni. Cobb, eroe razionale, è preda del senso di colpa cui non riesce a sfuggire, Arianna lo aiuterà a uscire dal labirinto e a compiere la missione di innestare un'idea, di vincere l'inconscio negativo. La missione è rischiosa, in pericolo c'è la vita stessa, lo scontro tra ragione ed emozione è mortale.

Arianna, giovane donna lucida e coraggiosa è forse il personaggio chiave: quando tutto sembra perduto esorta Dom a tentare: può farcela, deve provare. In questo vedo il femminile positivo, lei infatti non sbaglia mai, si muove con sicurezza nello spazio geometrico che crea e nel tempo che sembra non avere misteri per lei, sa infatti distinguere tra sogno e realtà o meglio non si cura del problema ma coglie il kairós, il tempo giusto, per salvare Dom da Mal.

Il rapporto tra vita reale e vita sognata è un tema centrale, il film sembra dire che non possiamo porre una linea di demarcazione tra realtà e sogno, importante è aprirci sempre a nuovi sogni e non chiudere e ripiegare la nostra immaginazione su immagini-ricordo. Bellissima la scena della città che si ripiega su se stessa come una coperta mortale e claustrofobica. Arianna a quel punto abbatterà gli specchi che racchiudono immagini del passato e troverà una via libera e aperta.

Il film si apre con l'immagine di Dom naufrago, sulla stessa spiaggia in cui giocano i suoi bambini, a delineare il set, una spiaggia, luogo di partenze e di approdi, luogo di confine tra la razionale terra e l'immenso mare inconscio, ma i bambini sono di spalle, negati, lontani.

Si chiude con una speranza di abbraccio, di ricongiungimento reso possibile dal perdono di sé che Dom finalmente raggiunge, e questo è il finale desiderato, la trottola sta ancora girando a significare che la vita è sogno, ma sempre un sogno nuovo...Je ne regrette rien...

Ottimo come sempre Di Caprio, efficace la dolcissima interprete di Juno, Ellen Page, Marion Cotillard, splendida Edith Piaf ne La vie en rose, è un'intensa Mal, congeniale al tema di amore e morte che incarna, e conferma, con la sua presenza, l'omaggio alla grande cantante francese.

La giovinezza nella vecchiaia

La giovinezza nella vecchiaia

La nostra epoca è implacabile con gli anziani. L'aggettivo "vecchio", in tutte le sue accezioni, aggiunge una connotazione negativa al sostantivo cui si accompagna. Potremmo provare a riflettere su questa nostra distorsione cognitiva e a ribaltare valori e significati.
Pensiamo al tema dell'identità: io cambio continuamente, le vicende della mia vita, le ferite, le gioie, i traumi fisici ed emotivi mi cambiano, ma io rimango sempre io, sono diversa e identica. Le nostre cellule subiscono cambiamenti, ricambi, tuttavia anche se la materia del nostro corpo cambia, il nostro carattere, ciò che ci contraddistingue, che si avvicina all'idea di forma immutabile, rimane e persiste.

La nostra vita è un mantello pieno di rattoppi che ci avvolge. Epperò noi, sotto il mantello, conserviamo il fanciullo, con il suo carattere in nuce, ma già così evidente, che fatica a esprimersi per la sua dipendenza, per la debolezza fisica e sociale che lo impedisce.

Il vecchio attualizza il fanciullo, col suo carattere, immutato e indomito ne condensa la storia e, a un tempo, conoscendone lo snodarsi, fa dei rattoppi un puzzle variopinto.
Il fanciullo non ha rattoppi, è nuovo; il vecchio, circondato dal suo mantello, porta con sé il vecchio e il nuovo, quel nuovo e vecchio fanciullo che non muore mai.
Il vecchio è stato giovane, dunque sa della giovinezza; il giovane non è ancora vecchio, dunque non sa della vecchiaia.

L'invecchiamento rivela la saggezza del corpo, dice James Hillman.
Il corpo conosce se stesso attraverso il tempo ciclico delle stagioni, il susseguirsi di caldo e di freddo, di luce e di oscurità; la vecchiaia scopre il valore del tempo ciclico, il suo prevalere sul tempo lineare, perché a ogni inverno il vecchio sa bene che seguirà un'altra primavera, a rinnovare la sua fanciullezza mai dimenticata.

Il vecchio non cresce, si è liberato di questa illusione, sa che possiamo solo essere noi stessi, e diventarlo sempre più, esprimendo e confermando quel carattere bambino che, forma immutabile, rimanda all'anima e alle sue i-stanze, stanze, luoghi, spazi, mentali ed emotivi, di cui -forse solo nella vecchiaia libera da doveri sociali, da pregiudizi, da timori- l'anima si appropria, come in un ri-congiungimento, un ri-torno.

Si dice comunemente, infatti, che il vecchio torni bambino, questa affermazione porta con sé molta verità, va oltre la semplice constatazione di un ritorno alla dipendenza fisica, alla debolezza delle membra, alla semplicità di pensiero.

Il vecchio ri-torna bambino perché recupera la circolarità che in altre età si smarrisce.
Il senso del tempo, per colui/colei che ha vissuto molte stagioni, non può più avere una forma lineare, in fondo statica nella sua rigidità, ma acquista quell'elasticità che viene meno alle articolazioni, in una sorta di compensazione, di equilibrio.

Il carattere, quale forma immutabile, è l'espressione visibile dell'anima, ne agisce le qualità, più o meno buone e virtuose, quali che siano.

Se col passare degli anni il carattere si rinforza e si consolida, così anche l'anima trova maggiore spazio espressivo, dilaga e si raccoglie in se stessa alternando azione e riflessione così come il tempo ciclico consente e impone.

Il vecchio non ha fretta, sa che il tempo ha le sue regole, il Kairòs fanciullo passerà al tempo giusto, perché guardando indietro, tra i ricordi-conoscenza, scorgerà il senso degli accadimenti, saprà che ogni tassello, anche il più piccolo, aveva una sua collocazione, un suo senso, proprio nel tempo che ha costruito la sua storia.

La storia intesa come vissuto su una strada, un percorso, viene letta nel doppio senso lineare e circolare, gli anni della scuola sono lontani: prima, seconda, terza e così via. L'idea di crescita lineare che in quell'età era dominante, ora è accantonata, come scolorita. Date, ricorrenze, ripetizioni e ritorni, hanno segnato le rughe sul corpo del vecchio. Le opere e i giorni di Esiodo rendono bene il senso di un vissuto che accetta il lavoro come necessità, come osservanza delle leggi cicliche delle stagioni, come obbedienza agli dèi.

Un vissuto-narrazione che non si smarrisce mai, ma resta come mantello variopinto, come tessitura di fili multicolori, geografia in carne e ossa, composizione di suoni, armonie che assorbono anche i disaccordi, trovandone un senso.

Il vecchio può attraverso la narrazione della sua storia -peripezie odisseiane di partenze e ritorni- tracciare e rin-tracciare percorsi di senso e sensi nei percorsi avventurosi di ricerca, negli errori dell'errare che riconducono all'unica finalità di trovare e realizzare se stessi: quel demone-carattere che lo ha guidato, si è fatto strada, sgomitando, soffrendo, andando e ritornando sempre.

«Il carattere dell'uomo è il suo demone», dice Eraclito (DK, B 119 [121]).

Il demone del vecchio si realizza, esce allo scoperto, non più imbrigliato, trova il coraggio e, per dirla con Hillman, la forza di dire e agire ciò che pensa, non avendo nulla da perdere, non avendo timore di essere giudicato, di essere in minoranza, di perdere la “faccia”, non obbedirà più a pregiudizi sociali, a convenzioni e regole che non condivide, obbedirà solo alle istanze dell'anima.

L'anima desidera bellezza, lealtà, rispetto delle persone e dei valori storico-culturali, l'anima così darà forma al vecchio, lo renderà in forma, oltre gli allenamenti in palestra, oltre una sana alimentazione e le cure mediche.

La Faccia del vecchio, se non si sottopone a chirurgie estetiche mortificanti,
si impone con autorevolezza, il suo solo esistere sarà garanzia di riconoscimento, di legittimazione, di identità realizzata.

È in costruzione una faccia, spesso contro la nostra volontà, a testimoniare il nostro carattere. È work in progress, costruzione dell'immagine, preparazione di una faccia che ha poco da spartire con le facce da incontrare. Il vecchio deve usare la sua faccia, abbiamo troppo poche immagini dell'irresistibile intensità dell'anima1.

L'intensità si esprime originariamente come pregnanza di costellazioni e immagini significanti l'esistente, e anche come pesi e misure di conoscenze, sentimenti, stati emozionali.

Tutto quello che nella vecchiaia odiamo anche la gioventù conosce: anche i giovani soffrono la solitudine, l'abbandono, il rifiuto, l'invisibilità, l'impotenza, il parlare senza essere compresi.

La differenza sta nella misura.

Il vecchio si trova di fronte alla sofferenza con drammatica necessità sia per l'indebolimento del suo corpo sia per le difficoltà di ordine sociale, sempre più spesso prova quei sentimenti che per tutta la vita lo hanno accompagnato, ma poteva eluderli, compensarli, misconoscerli con l'autoinganno.

La vecchiaia dunque è il disvelamento della tragicità della vita, l'incalzare del tall dark stranger, il senex solo e saggio che può, in quanto deve, guardare con più lucidità il mondo e il riflesso di se stesso nel mondo.

La tragicità della vita viene, da giovani, rifiutata, ricacciata nella dimensione spazio-temporale del ci penserò domani, in un rimando di tempo e di luogo che rinuncia al coraggio della consapevolezza, si ferma al “si invecchia”, “si muore”, che non riguarda me o almeno non ora.

Ma ditemi, fratelli, che cosa sa fare il fanciullo, che neppure il leone era in grado di fare? Perché il leone rapace deve anche diventare un fanciullo? Innocenza è il fanciullo e oblio, un nuovo inizio, un giuoco, una ruota ruotante da sola, un primo moto, un sacro dire di sì. Sì, per il giuoco della creazione, fratelli, occorre un sacro dire di sì: ora lo spirito vuole la sua volontà, il perduto per il mondo conquista per sé il suo mondo. Tre metamorfosi vi ho nominato dello spirito: come lo spirito divenne cammello, leone il cammello, e infine il leone fanciullo2.

Penso che il tragico, quando è riconosciuto nella consapevolezza, accettato e accolto qui e ora, scivoli, senza forzatura, verso il comico che conduce al sorriso, all'innocenza del fanciullo, dimori nella ciclicità che non rimanda ad altro tempo, ad altro luogo ma a un'ulteriorità presente e trascendente insieme che ci fa dire: io invecchio, io muoio.

Note

1 J. Hillman, La forza del carattere, Adelphi, Milano 2000, p. 210.

2 F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano 200829, pp. 24-25.

Bibliografia

J. Hillman, La forza del carattere

Esiodo, Le opere e i giorni

Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male - Così parlò Zarathustra

Eraclito, Frammenti

Cornelio Nepote, De viris illustribus

Woody Allen, You'll meet a tall dark stranger

Pubblicato il 3-Agosto 2010 su Vita Pensata-Rivista online di Filosofia e Cultura.

lunedì 1 novembre 2010

http://www.youblisher.com/p/63718-Vita-pensata-Anno-I-N-5-Novembre-2010/

domenica 31 ottobre 2010

AIPhi - Associazione Italiana Philosophoi-

organizza la formazione per l'avvio alla professione di Cosulente Filosofico.
Il corso è rivolto ai laureati in Filosofia e/o discipline affini e si propone di fornire conoscenze epistemologiche ed esperienziali indispensabili per una idonea preparazione ad affrontare le problematiche etico-esistenziali che i consultanti propongono.
Il corso sarà svolto con le seguenti modalità:

150 crediti (biennali) ottenibili attraverso
Partecipazione ai Seminari di Aiphy (5/anno)
Laboratori (4/anno)
Supervisione (2/anno)
Tirocinio (150 ore/biennale)
Consulenze individuali (25 ore/biennale)
Pubblicazioni
Tesina

Aggiornamenti
20 crediti annui ottenibili attraverso
Partecipazione ai Seminari di Aiphy (4 seminari per 5 crediti/ 2 seminari sono obbligatori)
Convegni (previo accredito AiPhy) (da 1 a 2 crediti)
Nuovi titoli universitari (previo accredito AiPhy) (da 1 a 2 crediti)
Pubblicazioni (previo accredito AiPhy) (da 1 a 2 crediti)
Frequenza corsi universitari (previo accredito AiPhy) (da 1 a 2 crediti)
Ore di consulenza (previo accredito AiPhy) (da 1 a 2 crediti)
Tirocinio (previo accredito AiPhy) (fino a 5 crediti, in relazione alle ore certificate)

per ulteriori informazioni:
segreteria@aiphi.it
paola.filadelli@gmail.com
335 8269631

martedì 3 agosto 2010

Vita pensata


E' uscito il secondo numero dei Vita pensata, Rivista mensile di filosofia.
http://www.vitapensata.eu/

domenica 31 gennaio 2010

Svegliarsi è capire che la vita è stata un sogno, e desideriamo ritornare a sognare per avere ancora favole da narrare.

martedì 5 gennaio 2010

Pensare la maternità.

L’esperienza della maternità è unanimemente considerata momento di speciale significato nella vita di ogni donna.
Coinvolge l’intera vita pratica e l’identità personale nei sui aspetti più interiori che possiamo chiamare psichici, ma anche in quelli più esteriori che riguardano la vita sociale.
Se ci avviciniamo all’accadimento del diventare madri con atteggiamento filosofico, potremmo trovare sensi e significati sconosciuti ai più, e scoprire in questa esperienza la valenza di un passaggio, un’iniziazione, verso una maggiore maturità personale.

La filosofia , lo sanno tutti, tende a porsi domande su ogni opinione, ma anche sui sentimenti, le emozioni, i desideri, i disagi, e stranamente tali domande non chiedono risposta, ma si accontentano di stimolare l’approfondimento delle tematiche in causa.
Le pause, faccio molte pause ma questo è proprio del filosofare, creare pause per creare spazi di riflessione, di approfondimento ma anche di intuizione del metalinguaggio.Le parole, ogni singola parola è preziosa ed è bene sia bene ascoltata. Riceviamo, si può dire, a raffica, una grande quantità di informazioni, dai media ma anche dalle persone che hanno fatto propria la stessa modalità. Si pensa che una comunicazione efficace debba essere veloce.
Ma questo modo di dare informazioni fa si che le stesse vengano assorbite ed accumulate senza poterle organizzare,. Montaigne dice che non serve una testa ben piena ma una testa ben fatta.
L’informazione di per sé non è ancora conoscenza, se non è stata organizzata, se non si è contestualizzata, dove contesto non è solo l’ambiente in cui si colloca, ma l’interconnessione, la complessità intesa come tessitura , intreccio delle informazioni tra loro.
La pausa è dunque quello spazio che lascia accadere qualcosa.
Potremmo partire da questo, pensiamo all’attesa, ai nove mesi di ges-tazione, uno stare per generare.

Consideriamo il tema dell’attesa. La donna incinta è definita in attesa. Tende a qualcosa, a divenire madre, a un accadimento che ha a che fare con l’accudimento. La stessa parola attendere viene usata anche con l’accezione di farsi carico di, prendersi cura di.
C’è quindi un linguaggio della maternità, che si espande anche in altri campi ma che riguarda strettamente il femminile e il materno.

L’attesa qui si realizza quasi in forma mitica. E’ l’attesa per eccellenza e riguarda anche i padri. Si pensi a quante sigarette sono state fumate nervosamente, dietro una porta, in una sala d’aspetto, fino all’annuncio del nuovo nato.
Penelope aspetta per anni, tessendo e ritessendo, il ritorno di Ulisse. Una giovane futura madre trascorre ben 9 mesi in questo stato, una sorta di parentesi nel corso di una vita, stato singolare in cui l’io è fuso con l’altro, momento unico in cui all’attività della preparazione si accompagna la passività dell’attesa.
Sembra che gli opposti qui coincidano, senza conflittualità.
Eppure il periodo della gravidanza per molte donne non è sereno, nascono ansie e preoccupazioni per il nascituro, si prova un senso di espropriazione del proprio corpo, sorgono problemi col partner, oltre al timore di non tornare belle come prima. Eppure mai come in gravidanza la donna gode di una luce e di uno splendore particolare.

La Consulenza Filosofica potrebbe aiutare queste donne a giungere alla comprensione profonda di ciò che gli sta accadendo, ad essere consapevoli dei cambiamenti irreversibili che le coinvolgono e le trasportano dal passato al futuro, in un percorso che coinvolgerà anche il loro compagno.

Arriviamo al tema della responsabilità. Il passaggio dallo stato di potenza alla realizzazione, alla consapevolezza che coinvolge la mente e il corpo così singolarmente, catapulta su un piano conosciuto e ad un tempo sconosciuto, dove sembra mescolarsi ogni sentimento e il suo contrario.
Certamente la donna è consapevole della responsabilità dell’altro come mai le era accaduto. L’altro è limite, perché segna il confine del mio io, ma è anche apertura, è scoperta di noi stessi che giungiamo alla coscienza di noi solo specchiandoci negli occhi altrui.
Il trovarsi di fronte a questa straordinaria occasione di presa di consapevolezza e di confronto con l’altro potrebbe generare confusione e sentimenti contradditori o altalenanti e una scelta di priorità tra il proprio Io e l’Altro ugualmente importanti.
Ma questo rende possibile approfondimenti e chiarimenti della propria personalità.

Se la donna in maternità non giunge alla consapevolezza di avere raggiunto una straordinaria possibilità di crescita nella conoscenza di sé e del mondo, è un peccato, una perdita, un’occasione andata a vuoto.

È proprio qui che entra in gioco la filosofia. Con il solo strumento del pensare e ricercare, permette quell’approfondimento dei problemi che svela nascoste motivazioni e può portare alla scoperta che l’avvertire una problematica o un disagio è in realtà il segnale di un cambiamento profondo in atto.
Basta non averne paura e arrivare alla maggiore chiarezza possibile, e il disagio si potrà trasformare in opportunità di formazione personale.


Fenomenologia della maternità.
Perché fenomenologia? Col termine fenomenologia intendo lo studio delle varie fasi in cui si manifesta e si attua la maternità, attraverso fatti empirici cosiddetti fenomeni, che vengono presi in considerazione, sospendendo il giudizio su di essi.
Dentro ogni donna c’è una madre, traccia del primo modello originario che è apparso alla vita e che prosegue nei giochi infantili, portando in scena i miti antichi da Penelope a Maria di Nazaret. Si tratta di una potenzialità che precede il manifestarsi, l’attuarsi della maternità.

Il nostro essere madri non comincia dunque al primo vagito del nostro bambino, ma molto prima, si può dire che nasca molto lontano nel tempo e nella dimensione mitica che ogni donna ha attraversato in un inconscio indistinto e apparentemente nebuloso, ma non per questo meno avvertito e pregnante di significati.

La nascita di un figlio non coincide con la nascita di una madre che la precede, ma è il momento di un percorso fenomenologico di conoscenza, che tocca i piani della coscienza, della consapevolezza e dell’esperienza.

Questo passaggio porta con sé l’incontro dell’io con l’altro da sé e, solo qui, in questo straordinario accadimento, si realizza una fusione, un’identificazione profonda dell’io con l’altro.
Il senso di fusione, però, talvolta, è accompagnato da una sensazione di separazione, il figlio è diventato l’altro, e non si può fare a meno di riconoscerlo come tale.
Quale madre non ha provato un senso di vuoto , un desiderio intenso di avere il neonato accanto al proprio corpo?
Vediamo quanti sentimenti ed esperienze di questa natura entrino in gioco.
La separazione e l’assenza sono nel novero e altri ancora che ogni donna può scandagliare per conoscere meglio ciò che sta vivendo e, in definitiva, conoscere meglio se stessa, con maggiore qualità nelle sue relazioni.
Se saprà cogliere la grande occasione di crescita interiore che le viene offerta, avrà aggiunto senso alle notti insonni, alle smagliature, alle limitazioni grandi e piccole che l’accudimento le impone.
Si sentirà probabilmente più felice e sicura di sé ed anche, finalmente, davvero bella.



PRIMA E DOPO. L’Associazione organizza gruppi di approfondimento delle tematiche inerenti la maternità, sia durante l’attesa che dopo il lieto evento.



Luisa Muraro.. Un giorno, sul treno, silenziosa al mio posto, ho seguito una giovane madre, che parlando al telefonino dirigeva le operazioni di un marito-padre a proposito di una loro bambina rimasta a casa dall'asilo perché malata. Sono rimasta impressionata dalla durezza imperiosa di lei, un generale sul campo di battaglia non avrebbe retto il confronto. D'altra parte, le mie amiche pedagogiste mi parlano di donne che stanno perdendo ogni competenza materna per mettersi nelle mani di pediatri e psicologi. La figura della madre mi appare come schiacciata tra questi due mostri, la negazione di ogni possibilità di padre, da una parte, lo specialismo che elimina ogni competenza simbolica delle persone in carne ed ossa, dall'altra. Entrambi i mostri sono già all'opera,
Immaginazione: tensione tra finito e infinito.

Parlando di consulenza filosofica il termine consulente rimanda ad una funzione di dar pareri, consigli, istruzioni, al fine di risolvere problemi e raggiungere un adattamento a modelli predefiniti, considerati idonei, giusti, corretti ma questo non ha molto a che fare col filosofare.
Per Socrate il F. è un moscone fastidioso, per A. il padre della pratica fil. È un agitatore, un rivoluzionario, dunque non potrà, in quanto tale, aiutare l’adattamento a modelli ma al contrario sarà portato a metterli in discussione, ad esplorare nell’ovvio, nello scontato, nel certo per trovare una falla, una breccia per entrare e creare quel caos momentaneo da cui possa nascere un più autentico ordine.
Pensiamo alla nascita di una stella danzante di N.

Il tema di questa mia è la funzione della C.f.vista in relazione alla psicologia perché molti si chedono in cosa le due discipline o attività in questo caso, si somiglino e si differenzino.
La tensione dialettica tra finito e infinito mi è sembrata un punto di partenza per iniziare a riflettere su questo.
Il tema mi è caro particolarmente perché lo sento autenticamente mio, prendendo a prestito il concetto da H.
Sempre ho vissuto questa tensione e altre analoghe. Il mito che ha animato la mia vita si può dire sia stato Penelope e Ulisse, Penelope che incarna la conservazione, la casa degli avi, la finitezza de domestico, Ulisse l’instancabile sguardo verso nuovi lidi, oltre i confini conosciuti.
Così come la coppia Hestia-Hermes è sempre presente in ogni seduta che conduco.


L'uomo certamente è una creatura finita e mortale, però ha questa capacità di pensare in qualche modo. Banalmente, lo sapete tutti, Cartesio dice: "Io ho un'idea di infinito. Sono un essere finito, non posso essermi dato questa idea", ed è una prova questa dell'esistenza di Dio.

Gli antichi greci consideravano l’infinito come una manchevolezza, una mancanza di definizione di determinazione. Inafferrabile dalla ragione, lontano dall’ideale greco di razionalità come ordine e armonia . Ne avevano una concezione negativa, di incompiutezza, di indefinitezza, di mancanza. Riconducevano all’infinito il male, l’errore e al definito il bene, la verità, ma, insofferenti di ogni limite, i greci considerano la realtà finita in quanto vista, e infinita in quanto da vedere e preferivano considerare l’infinito come potenzialità più che come attualità, come processo che non trova mai una fine, un completamento.

Secondo una logica aristotelica il finito si contrappone all’infinito, dunque diventa difficile comporli, ma già Cusano con la coincidentia oppositorum ha introdotto una nuova logica , poi con Freud e l’idea di inconscio gli opposti si intendono coesistenti simmetricamente e inscindibilmente.

Dunque la nostra mente può attingere a diverse logiche nel suo procedere, nel suo lavoro analitico di ciò che appare ai sensi e alla coscienza, così come nel procedere alla scoperta di nuovi percorsi e /o all’invenzione , attraverso l’immaginazione, dell’indeterminato.
La relazione tra finito e infinito da contraddizione si fa tensione tra due stati o potremo dire istanze dell’esistenza così come del pensare.


Cusano introduce il termine infinito in senso teologico e gli conferisce un significato positivo.
L’infinito si identifica con Dio , che è infinitamente buono e grande.
Ma l'idea dell'infinito nella mente umana è un tratto dell'epoca romantica. Pensiamo a Shelling a Hegel .Questo è un grande segno di eredità culturale, perché oggi noi siamo ancora eredi di questa idea: che l'immaginazione sia una facoltà perfino più potente, più suggestiva, di quella che può essere l'attività dell'intelletto, l'attività puramente razionale.

Sviluppando il tema dell'immaginazione che può descrivere l'infinito, può filosofeggiare, può rappresentare, può versificare, eccetera, noi abbiamo, come dire, l'accesso della creatura finita a qualcosa di molto più grande di lei.
Questa eredità ancora opera in molti campi della cultura contemporanea e anche proprio nell'ambito della filosofia, perché questa idea dell'infinito del romanticismo significa che la razionalità, l'attività culturale, non consiste solo nel raziocinare, solo nel ragionare, ma nell'autogenerarsi, cioè in una nuova definizione della propria identità, nel senso anche che per scoprire quello che noi siamo, per scoprire anche la nostra identità, dobbiamo anche inventarci con l'immaginazione.
Sembra un po' paradossale. Pensiamo un po' all'Oracolo di Delfi, "conosci te stesso". Poi pensiamo a Freud, all'es, dove c'è l'inconscio con le sue pulsioni tumultuose, oscure, là deve subentrare l'io, dove c'era l'inconscio delle passioni e delle pulsioni sessuali, deve subentrare la consapevolezza razionale. L’inconscio deve arrivare, entrare essere riconosciuto dalla coscienza.

Poi pensiamo al tardo Nietzsche che dice come si diventa ciò che si è. È molto strano che si debba diventare ciò che si è; se lo siamo dovremmo esserlo subito. Dal romanticismo in avanti c'è questa idea che la propria identità non è data così immediatamente, che bisogna costruirla con l'immaginazione, con un processo di autocreazione.
Insomma, per quanto paradossale possa sembrare, per scoprire quel che si è bisogna anche inventarsi.
La cura deve prendere in considerazione tale stato di finitezza, tenendo conto dell’infinitezza, in una tensione con l’infinito.
Oggi che cosa rappresenta l’infinito?
L’arte, che da sempre ha cercato di rappresentarlo, la letteratura, pensiamo a Kafka, Leopardi, Pessoa, Musil, Rousseau, Borges e mille altri, la musica, pensiamo alla musica barocca che ripete all’infinito lo stesso tema, alla musica romantica che esplode verso l’assoluto, l’inno alla gioia p. e.
Coplessi giovanili come i Pink Floid, con la loro musica ispirata da droghe allucinogene, esprimono l’istanza di andare oltre, di evadere dai confini del finito umano troppo umano.

Oggi però quello che sembra rappresentare meglio l’infinito , come direbbe Galimberti, è la tecnica, che diventa l’unica anima del mondo.
L’infinitezza della rete sembra aver preso il posto di altre possibili infinitezze, ma per fortuna sta tornando di moda la filosofia.

Se parliamo dell’animo umano diremo che l’infinito è un’unica tensione ben rappresentata dall’infinito leopardiano, è immaginazione che ha bisogno della finitezza, la siepe, per potersi dischiudere e realizzare.

Quando stiamo bene non sentiamo questa tensione, quando invece avvertiamo qualche disagio, ecco che una siepe si frappone tra noi e l’orizzonte, non quello naturale, ma l’ultimo che chiamerei mentale, e allora nasce l’infinito, o l’idea di infinito, come anelito come desiderio, aspirazione che ci annulla e fa naufragare la nostra finitezza fatta di disagio, dolore, malattia.

Come la filosofia può entrare in gioco ?
La scienza, il sapere sono finiti, definiti da regole, sperimentazioni, concetti acquisiti,ma il non sapere, l’ignoranza fanno parte del grande mondo infinito.

La filosofia che parte dal non sapere può, insegnare ad andare oltre, per quella tensione naturale che il filosofo ha verso l’infinito.
Non esiste meta finale, definitiva che non costituisca un inizio, non esiste un sentiero che non si apra ad altri sentieri, anche quando si interrompe,la siepe, ecco che si fanno altre scoperte.
Come può la filosofia aiutare la psicologia ?
La psicologia col suo lavorare sulla persona e sul suo passato, corre un rischio, l’implosione dentro, anche quando teatralizza l’esplosione di rabbie e risentimenti, è sempre un implodere su se stessi.
È un restare su se stessi. È solo un rischio naturalmente, non voglio qui essere polemica con gli psicologi , ma penso che ogni psicologo dovrebbe essere anche filosofo così come ogni C.F. dovrebbe essere anche psicologo, perche le discipline possono solo interagire, sconfinare, contaminarsi, evitando scissioni dia- boliche, separazioni forzate, che servono a delimitare categorie professionali ma non a chi opera nell’ambito della cura alla persona.
E qui introduco il termine cura che è caro alla filosofia.
La cura , il prendersi cura pensiamo subito ad Heidegger, ma anche ad H. Hesse, a T. Mann, la cura di ciò che è guasto riguarda tutti noi nel quotidiano, cura, prendersi cura, tras-curare, se ci soffermiamo su queste parole, sentiamo che sono alla base della nostra vita, evocano anche amore, infatti ci prendiamo cura di ciò che amiamo, e trascuriamo ciò che non amiamo.

Ma Eros è segreto e così all’improvviso può scomparire ma può anche riapparire.
La ri-scoperta di eros è una delle finalità, forse la principale, della consulenza filosofica.


La psicopterapia lavora sulle emozioni che in quanto e-mozioni portano fuori da, ma solitamente si tende a riportarle dentro si sé in un lavoro di introspezione animato dall’idea cartesiana che il mondo fuori sia materia inanimata.
Il riportare tutto alla propria interiorità non tiene conto di eros che è emozione verso qualcosa, fuori da. Negli anni 70 si è inaugurato lo slogan il personale è politico, che veniva da un vuoto di attenzione alle relazioni interpersonali soprattutto tra uomini e donne, lo slogan è di stampo femminista, e nasceva dalla necessità di osservare e approfondire i rapporti tra femminile e maschile, rivederne gli equilibri e squilibri, metterli in discussione per arrivare a nuovi equilibri.
In un ambito dove tutto era visto politicamente, dove la politica sembrava occupare e dunque spiegare e giustificare anche ruoli interpersonali.
Sembra che il mondo vada avanti secondo mode di pensiero e conseguentemente di azione.
Oggi il mondo è cambiato, così come le relazioni tra pubblico e privato, il privato ha trovato e uno spazio e un senso, realizzato anche grazie alla psicologia, pensiamo a quante riviste a tema escono in edicola, alle rubriche psicologiche di riviste e giornali, questo è una buona cosa, naturalmente,ma non perderei di vista la tensione dialettica tra personale e politico, cosa che si rischia di perdere, se ci si concentra troppo su una parte.

Gli approcci psicologici tendono a concentrarsi sul vissuto individuale-familiare, rischiando di tagliare fuori il mondo, e le relazioni con esso, J. Hillman afferma in Cento anni di psicanalisi e il mondo va sempre peggio, che la terapia potrebbe essere la malattia stessa, perché non tiene conto dell’anima esterna all’io, dell’anima che è dentro le cose definite cartesianamente, inanimate.

La psicologia sistemica considera l’individuo all’interno del sistema famiglia ma ancora prende in considerazione un ambito delimitato, in un certo senso ristretto.
E oggi la famiglia non è certo più quella di una volta o di altre volte.
Quella di un tempo o di altri tempi.
Spesso portiamo nel presente idee, immagini, rappresentazioni che in senso archetipico, dunque simbolico, continuano ad avere la loro pregnanza, ma solo fuori dalla letteralizzazione.
Spesso portiamo le nostre rappresentazioni in modo troppo letterale, e ci troviamo a cozzare con uno scenario completamente diverso, e improprio, che richiederebbe rappresentazioni elaborate più elasticamente e plasticamente.

La filosofia e il filosofare creano percorsi di analisi che hanno come centro e priorità le relazioni di senso tra l’individuo e il mondo, evitando l’appiattimento sulla coscienza individuale, realizzando il suo ruolo sociale e politico, di osservazione e interpretazione del divenire del pensiero, dei costumi,
degli equilibri socio- economici.
Il continuo mutare di noi stessi e del mondo, richiede spazi sempre nuovi di ricerca e di scoperta, in altre parole di apertuta all’ivenzione, alla creatività.

Il cambiamento può essere la cifra, il topos su cui soffermarci un attimo a riflettere.
Noi cambiamo anche se non ne siamo consapevoli, ma vorremmo cambiare in modo funzionale, utile alla qualità della nostra vita.
Spesso tendiamo a cambiare per adattarci, ma a che cosa?
A modelli .
Ora vediamo che i modelli socio-culturali sono in continuo movimento e trasformazione.
Anche il contesto culturale cambia, la globalizzazione, internet contaminano le nostre culture originarie a patto che si possa parlare di culture originarie, comunque originarie a livello personale.
Ecco che adattarsi non è più né così possibile, ne così utile.
La filosofia con l’incessante porsi domande tende all’infinito.
Un giorno di un po’ di anni fa uno psicologo mi disse, tu stai tra le nuvole, io sto con i piedi per terra.
Ecco questa credenza, ha della verità in sé, ma non tutta la verità.
Non è nel privilegiare la terra o il cielo che sta la verità, ma mi piace immaginare che sia preferibile stare su una corda ideale tra la terra e il cielo.
L’idea del funambolo forse è quella che meglio rappresenta la vita del filosofo, e siccome tutti lo siamo, anche se non ne siamo consapevoli, la vita di tutti noi non ha certezze.
Imparare a stare in equilibrio sulla fune è forse l’abilità più utile alla qualità della nostra vita.