Immaginazione: tensione tra finito e infinito.
Parlando di consulenza filosofica il termine consulente rimanda ad una funzione di dar pareri, consigli, istruzioni, al fine di risolvere problemi e raggiungere un adattamento a modelli predefiniti, considerati idonei, giusti, corretti ma questo non ha molto a che fare col filosofare.
Per Socrate il F. è un moscone fastidioso, per A. il padre della pratica fil. È un agitatore, un rivoluzionario, dunque non potrà, in quanto tale, aiutare l’adattamento a modelli ma al contrario sarà portato a metterli in discussione, ad esplorare nell’ovvio, nello scontato, nel certo per trovare una falla, una breccia per entrare e creare quel caos momentaneo da cui possa nascere un più autentico ordine.
Pensiamo alla nascita di una stella danzante di N.
Il tema di questa mia è la funzione della C.f.vista in relazione alla psicologia perché molti si chedono in cosa le due discipline o attività in questo caso, si somiglino e si differenzino.
La tensione dialettica tra finito e infinito mi è sembrata un punto di partenza per iniziare a riflettere su questo.
Il tema mi è caro particolarmente perché lo sento autenticamente mio, prendendo a prestito il concetto da H.
Sempre ho vissuto questa tensione e altre analoghe. Il mito che ha animato la mia vita si può dire sia stato Penelope e Ulisse, Penelope che incarna la conservazione, la casa degli avi, la finitezza de domestico, Ulisse l’instancabile sguardo verso nuovi lidi, oltre i confini conosciuti.
Così come la coppia Hestia-Hermes è sempre presente in ogni seduta che conduco.
L'uomo certamente è una creatura finita e mortale, però ha questa capacità di pensare in qualche modo. Banalmente, lo sapete tutti, Cartesio dice: "Io ho un'idea di infinito. Sono un essere finito, non posso essermi dato questa idea", ed è una prova questa dell'esistenza di Dio.
Gli antichi greci consideravano l’infinito come una manchevolezza, una mancanza di definizione di determinazione. Inafferrabile dalla ragione, lontano dall’ideale greco di razionalità come ordine e armonia . Ne avevano una concezione negativa, di incompiutezza, di indefinitezza, di mancanza. Riconducevano all’infinito il male, l’errore e al definito il bene, la verità, ma, insofferenti di ogni limite, i greci considerano la realtà finita in quanto vista, e infinita in quanto da vedere e preferivano considerare l’infinito come potenzialità più che come attualità, come processo che non trova mai una fine, un completamento.
Secondo una logica aristotelica il finito si contrappone all’infinito, dunque diventa difficile comporli, ma già Cusano con la coincidentia oppositorum ha introdotto una nuova logica , poi con Freud e l’idea di inconscio gli opposti si intendono coesistenti simmetricamente e inscindibilmente.
Dunque la nostra mente può attingere a diverse logiche nel suo procedere, nel suo lavoro analitico di ciò che appare ai sensi e alla coscienza, così come nel procedere alla scoperta di nuovi percorsi e /o all’invenzione , attraverso l’immaginazione, dell’indeterminato.
La relazione tra finito e infinito da contraddizione si fa tensione tra due stati o potremo dire istanze dell’esistenza così come del pensare.
Cusano introduce il termine infinito in senso teologico e gli conferisce un significato positivo.
L’infinito si identifica con Dio , che è infinitamente buono e grande.
Ma l'idea dell'infinito nella mente umana è un tratto dell'epoca romantica. Pensiamo a Shelling a Hegel .Questo è un grande segno di eredità culturale, perché oggi noi siamo ancora eredi di questa idea: che l'immaginazione sia una facoltà perfino più potente, più suggestiva, di quella che può essere l'attività dell'intelletto, l'attività puramente razionale.
Sviluppando il tema dell'immaginazione che può descrivere l'infinito, può filosofeggiare, può rappresentare, può versificare, eccetera, noi abbiamo, come dire, l'accesso della creatura finita a qualcosa di molto più grande di lei.
Questa eredità ancora opera in molti campi della cultura contemporanea e anche proprio nell'ambito della filosofia, perché questa idea dell'infinito del romanticismo significa che la razionalità, l'attività culturale, non consiste solo nel raziocinare, solo nel ragionare, ma nell'autogenerarsi, cioè in una nuova definizione della propria identità, nel senso anche che per scoprire quello che noi siamo, per scoprire anche la nostra identità, dobbiamo anche inventarci con l'immaginazione.
Sembra un po' paradossale. Pensiamo un po' all'Oracolo di Delfi, "conosci te stesso". Poi pensiamo a Freud, all'es, dove c'è l'inconscio con le sue pulsioni tumultuose, oscure, là deve subentrare l'io, dove c'era l'inconscio delle passioni e delle pulsioni sessuali, deve subentrare la consapevolezza razionale. L’inconscio deve arrivare, entrare essere riconosciuto dalla coscienza.
Poi pensiamo al tardo Nietzsche che dice come si diventa ciò che si è. È molto strano che si debba diventare ciò che si è; se lo siamo dovremmo esserlo subito. Dal romanticismo in avanti c'è questa idea che la propria identità non è data così immediatamente, che bisogna costruirla con l'immaginazione, con un processo di autocreazione.
Insomma, per quanto paradossale possa sembrare, per scoprire quel che si è bisogna anche inventarsi.
La cura deve prendere in considerazione tale stato di finitezza, tenendo conto dell’infinitezza, in una tensione con l’infinito.
Oggi che cosa rappresenta l’infinito?
L’arte, che da sempre ha cercato di rappresentarlo, la letteratura, pensiamo a Kafka, Leopardi, Pessoa, Musil, Rousseau, Borges e mille altri, la musica, pensiamo alla musica barocca che ripete all’infinito lo stesso tema, alla musica romantica che esplode verso l’assoluto, l’inno alla gioia p. e.
Coplessi giovanili come i Pink Floid, con la loro musica ispirata da droghe allucinogene, esprimono l’istanza di andare oltre, di evadere dai confini del finito umano troppo umano.
Oggi però quello che sembra rappresentare meglio l’infinito , come direbbe Galimberti, è la tecnica, che diventa l’unica anima del mondo.
L’infinitezza della rete sembra aver preso il posto di altre possibili infinitezze, ma per fortuna sta tornando di moda la filosofia.
Se parliamo dell’animo umano diremo che l’infinito è un’unica tensione ben rappresentata dall’infinito leopardiano, è immaginazione che ha bisogno della finitezza, la siepe, per potersi dischiudere e realizzare.
Quando stiamo bene non sentiamo questa tensione, quando invece avvertiamo qualche disagio, ecco che una siepe si frappone tra noi e l’orizzonte, non quello naturale, ma l’ultimo che chiamerei mentale, e allora nasce l’infinito, o l’idea di infinito, come anelito come desiderio, aspirazione che ci annulla e fa naufragare la nostra finitezza fatta di disagio, dolore, malattia.
Come la filosofia può entrare in gioco ?
La scienza, il sapere sono finiti, definiti da regole, sperimentazioni, concetti acquisiti,ma il non sapere, l’ignoranza fanno parte del grande mondo infinito.
La filosofia che parte dal non sapere può, insegnare ad andare oltre, per quella tensione naturale che il filosofo ha verso l’infinito.
Non esiste meta finale, definitiva che non costituisca un inizio, non esiste un sentiero che non si apra ad altri sentieri, anche quando si interrompe,la siepe, ecco che si fanno altre scoperte.
Come può la filosofia aiutare la psicologia ?
La psicologia col suo lavorare sulla persona e sul suo passato, corre un rischio, l’implosione dentro, anche quando teatralizza l’esplosione di rabbie e risentimenti, è sempre un implodere su se stessi.
È un restare su se stessi. È solo un rischio naturalmente, non voglio qui essere polemica con gli psicologi , ma penso che ogni psicologo dovrebbe essere anche filosofo così come ogni C.F. dovrebbe essere anche psicologo, perche le discipline possono solo interagire, sconfinare, contaminarsi, evitando scissioni dia- boliche, separazioni forzate, che servono a delimitare categorie professionali ma non a chi opera nell’ambito della cura alla persona.
E qui introduco il termine cura che è caro alla filosofia.
La cura , il prendersi cura pensiamo subito ad Heidegger, ma anche ad H. Hesse, a T. Mann, la cura di ciò che è guasto riguarda tutti noi nel quotidiano, cura, prendersi cura, tras-curare, se ci soffermiamo su queste parole, sentiamo che sono alla base della nostra vita, evocano anche amore, infatti ci prendiamo cura di ciò che amiamo, e trascuriamo ciò che non amiamo.
Ma Eros è segreto e così all’improvviso può scomparire ma può anche riapparire.
La ri-scoperta di eros è una delle finalità, forse la principale, della consulenza filosofica.
La psicopterapia lavora sulle emozioni che in quanto e-mozioni portano fuori da, ma solitamente si tende a riportarle dentro si sé in un lavoro di introspezione animato dall’idea cartesiana che il mondo fuori sia materia inanimata.
Il riportare tutto alla propria interiorità non tiene conto di eros che è emozione verso qualcosa, fuori da. Negli anni 70 si è inaugurato lo slogan il personale è politico, che veniva da un vuoto di attenzione alle relazioni interpersonali soprattutto tra uomini e donne, lo slogan è di stampo femminista, e nasceva dalla necessità di osservare e approfondire i rapporti tra femminile e maschile, rivederne gli equilibri e squilibri, metterli in discussione per arrivare a nuovi equilibri.
In un ambito dove tutto era visto politicamente, dove la politica sembrava occupare e dunque spiegare e giustificare anche ruoli interpersonali.
Sembra che il mondo vada avanti secondo mode di pensiero e conseguentemente di azione.
Oggi il mondo è cambiato, così come le relazioni tra pubblico e privato, il privato ha trovato e uno spazio e un senso, realizzato anche grazie alla psicologia, pensiamo a quante riviste a tema escono in edicola, alle rubriche psicologiche di riviste e giornali, questo è una buona cosa, naturalmente,ma non perderei di vista la tensione dialettica tra personale e politico, cosa che si rischia di perdere, se ci si concentra troppo su una parte.
Gli approcci psicologici tendono a concentrarsi sul vissuto individuale-familiare, rischiando di tagliare fuori il mondo, e le relazioni con esso, J. Hillman afferma in Cento anni di psicanalisi e il mondo va sempre peggio, che la terapia potrebbe essere la malattia stessa, perché non tiene conto dell’anima esterna all’io, dell’anima che è dentro le cose definite cartesianamente, inanimate.
La psicologia sistemica considera l’individuo all’interno del sistema famiglia ma ancora prende in considerazione un ambito delimitato, in un certo senso ristretto.
E oggi la famiglia non è certo più quella di una volta o di altre volte.
Quella di un tempo o di altri tempi.
Spesso portiamo nel presente idee, immagini, rappresentazioni che in senso archetipico, dunque simbolico, continuano ad avere la loro pregnanza, ma solo fuori dalla letteralizzazione.
Spesso portiamo le nostre rappresentazioni in modo troppo letterale, e ci troviamo a cozzare con uno scenario completamente diverso, e improprio, che richiederebbe rappresentazioni elaborate più elasticamente e plasticamente.
La filosofia e il filosofare creano percorsi di analisi che hanno come centro e priorità le relazioni di senso tra l’individuo e il mondo, evitando l’appiattimento sulla coscienza individuale, realizzando il suo ruolo sociale e politico, di osservazione e interpretazione del divenire del pensiero, dei costumi,
degli equilibri socio- economici.
Il continuo mutare di noi stessi e del mondo, richiede spazi sempre nuovi di ricerca e di scoperta, in altre parole di apertuta all’ivenzione, alla creatività.
Il cambiamento può essere la cifra, il topos su cui soffermarci un attimo a riflettere.
Noi cambiamo anche se non ne siamo consapevoli, ma vorremmo cambiare in modo funzionale, utile alla qualità della nostra vita.
Spesso tendiamo a cambiare per adattarci, ma a che cosa?
A modelli .
Ora vediamo che i modelli socio-culturali sono in continuo movimento e trasformazione.
Anche il contesto culturale cambia, la globalizzazione, internet contaminano le nostre culture originarie a patto che si possa parlare di culture originarie, comunque originarie a livello personale.
Ecco che adattarsi non è più né così possibile, ne così utile.
La filosofia con l’incessante porsi domande tende all’infinito.
Un giorno di un po’ di anni fa uno psicologo mi disse, tu stai tra le nuvole, io sto con i piedi per terra.
Ecco questa credenza, ha della verità in sé, ma non tutta la verità.
Non è nel privilegiare la terra o il cielo che sta la verità, ma mi piace immaginare che sia preferibile stare su una corda ideale tra la terra e il cielo.
L’idea del funambolo forse è quella che meglio rappresenta la vita del filosofo, e siccome tutti lo siamo, anche se non ne siamo consapevoli, la vita di tutti noi non ha certezze.
Imparare a stare in equilibrio sulla fune è forse l’abilità più utile alla qualità della nostra vita.