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domenica 31 gennaio 2010

Svegliarsi è capire che la vita è stata un sogno, e desideriamo ritornare a sognare per avere ancora favole da narrare.

martedì 5 gennaio 2010

Pensare la maternità.

L’esperienza della maternità è unanimemente considerata momento di speciale significato nella vita di ogni donna.
Coinvolge l’intera vita pratica e l’identità personale nei sui aspetti più interiori che possiamo chiamare psichici, ma anche in quelli più esteriori che riguardano la vita sociale.
Se ci avviciniamo all’accadimento del diventare madri con atteggiamento filosofico, potremmo trovare sensi e significati sconosciuti ai più, e scoprire in questa esperienza la valenza di un passaggio, un’iniziazione, verso una maggiore maturità personale.

La filosofia , lo sanno tutti, tende a porsi domande su ogni opinione, ma anche sui sentimenti, le emozioni, i desideri, i disagi, e stranamente tali domande non chiedono risposta, ma si accontentano di stimolare l’approfondimento delle tematiche in causa.
Le pause, faccio molte pause ma questo è proprio del filosofare, creare pause per creare spazi di riflessione, di approfondimento ma anche di intuizione del metalinguaggio.Le parole, ogni singola parola è preziosa ed è bene sia bene ascoltata. Riceviamo, si può dire, a raffica, una grande quantità di informazioni, dai media ma anche dalle persone che hanno fatto propria la stessa modalità. Si pensa che una comunicazione efficace debba essere veloce.
Ma questo modo di dare informazioni fa si che le stesse vengano assorbite ed accumulate senza poterle organizzare,. Montaigne dice che non serve una testa ben piena ma una testa ben fatta.
L’informazione di per sé non è ancora conoscenza, se non è stata organizzata, se non si è contestualizzata, dove contesto non è solo l’ambiente in cui si colloca, ma l’interconnessione, la complessità intesa come tessitura , intreccio delle informazioni tra loro.
La pausa è dunque quello spazio che lascia accadere qualcosa.
Potremmo partire da questo, pensiamo all’attesa, ai nove mesi di ges-tazione, uno stare per generare.

Consideriamo il tema dell’attesa. La donna incinta è definita in attesa. Tende a qualcosa, a divenire madre, a un accadimento che ha a che fare con l’accudimento. La stessa parola attendere viene usata anche con l’accezione di farsi carico di, prendersi cura di.
C’è quindi un linguaggio della maternità, che si espande anche in altri campi ma che riguarda strettamente il femminile e il materno.

L’attesa qui si realizza quasi in forma mitica. E’ l’attesa per eccellenza e riguarda anche i padri. Si pensi a quante sigarette sono state fumate nervosamente, dietro una porta, in una sala d’aspetto, fino all’annuncio del nuovo nato.
Penelope aspetta per anni, tessendo e ritessendo, il ritorno di Ulisse. Una giovane futura madre trascorre ben 9 mesi in questo stato, una sorta di parentesi nel corso di una vita, stato singolare in cui l’io è fuso con l’altro, momento unico in cui all’attività della preparazione si accompagna la passività dell’attesa.
Sembra che gli opposti qui coincidano, senza conflittualità.
Eppure il periodo della gravidanza per molte donne non è sereno, nascono ansie e preoccupazioni per il nascituro, si prova un senso di espropriazione del proprio corpo, sorgono problemi col partner, oltre al timore di non tornare belle come prima. Eppure mai come in gravidanza la donna gode di una luce e di uno splendore particolare.

La Consulenza Filosofica potrebbe aiutare queste donne a giungere alla comprensione profonda di ciò che gli sta accadendo, ad essere consapevoli dei cambiamenti irreversibili che le coinvolgono e le trasportano dal passato al futuro, in un percorso che coinvolgerà anche il loro compagno.

Arriviamo al tema della responsabilità. Il passaggio dallo stato di potenza alla realizzazione, alla consapevolezza che coinvolge la mente e il corpo così singolarmente, catapulta su un piano conosciuto e ad un tempo sconosciuto, dove sembra mescolarsi ogni sentimento e il suo contrario.
Certamente la donna è consapevole della responsabilità dell’altro come mai le era accaduto. L’altro è limite, perché segna il confine del mio io, ma è anche apertura, è scoperta di noi stessi che giungiamo alla coscienza di noi solo specchiandoci negli occhi altrui.
Il trovarsi di fronte a questa straordinaria occasione di presa di consapevolezza e di confronto con l’altro potrebbe generare confusione e sentimenti contradditori o altalenanti e una scelta di priorità tra il proprio Io e l’Altro ugualmente importanti.
Ma questo rende possibile approfondimenti e chiarimenti della propria personalità.

Se la donna in maternità non giunge alla consapevolezza di avere raggiunto una straordinaria possibilità di crescita nella conoscenza di sé e del mondo, è un peccato, una perdita, un’occasione andata a vuoto.

È proprio qui che entra in gioco la filosofia. Con il solo strumento del pensare e ricercare, permette quell’approfondimento dei problemi che svela nascoste motivazioni e può portare alla scoperta che l’avvertire una problematica o un disagio è in realtà il segnale di un cambiamento profondo in atto.
Basta non averne paura e arrivare alla maggiore chiarezza possibile, e il disagio si potrà trasformare in opportunità di formazione personale.


Fenomenologia della maternità.
Perché fenomenologia? Col termine fenomenologia intendo lo studio delle varie fasi in cui si manifesta e si attua la maternità, attraverso fatti empirici cosiddetti fenomeni, che vengono presi in considerazione, sospendendo il giudizio su di essi.
Dentro ogni donna c’è una madre, traccia del primo modello originario che è apparso alla vita e che prosegue nei giochi infantili, portando in scena i miti antichi da Penelope a Maria di Nazaret. Si tratta di una potenzialità che precede il manifestarsi, l’attuarsi della maternità.

Il nostro essere madri non comincia dunque al primo vagito del nostro bambino, ma molto prima, si può dire che nasca molto lontano nel tempo e nella dimensione mitica che ogni donna ha attraversato in un inconscio indistinto e apparentemente nebuloso, ma non per questo meno avvertito e pregnante di significati.

La nascita di un figlio non coincide con la nascita di una madre che la precede, ma è il momento di un percorso fenomenologico di conoscenza, che tocca i piani della coscienza, della consapevolezza e dell’esperienza.

Questo passaggio porta con sé l’incontro dell’io con l’altro da sé e, solo qui, in questo straordinario accadimento, si realizza una fusione, un’identificazione profonda dell’io con l’altro.
Il senso di fusione, però, talvolta, è accompagnato da una sensazione di separazione, il figlio è diventato l’altro, e non si può fare a meno di riconoscerlo come tale.
Quale madre non ha provato un senso di vuoto , un desiderio intenso di avere il neonato accanto al proprio corpo?
Vediamo quanti sentimenti ed esperienze di questa natura entrino in gioco.
La separazione e l’assenza sono nel novero e altri ancora che ogni donna può scandagliare per conoscere meglio ciò che sta vivendo e, in definitiva, conoscere meglio se stessa, con maggiore qualità nelle sue relazioni.
Se saprà cogliere la grande occasione di crescita interiore che le viene offerta, avrà aggiunto senso alle notti insonni, alle smagliature, alle limitazioni grandi e piccole che l’accudimento le impone.
Si sentirà probabilmente più felice e sicura di sé ed anche, finalmente, davvero bella.



PRIMA E DOPO. L’Associazione organizza gruppi di approfondimento delle tematiche inerenti la maternità, sia durante l’attesa che dopo il lieto evento.



Luisa Muraro.. Un giorno, sul treno, silenziosa al mio posto, ho seguito una giovane madre, che parlando al telefonino dirigeva le operazioni di un marito-padre a proposito di una loro bambina rimasta a casa dall'asilo perché malata. Sono rimasta impressionata dalla durezza imperiosa di lei, un generale sul campo di battaglia non avrebbe retto il confronto. D'altra parte, le mie amiche pedagogiste mi parlano di donne che stanno perdendo ogni competenza materna per mettersi nelle mani di pediatri e psicologi. La figura della madre mi appare come schiacciata tra questi due mostri, la negazione di ogni possibilità di padre, da una parte, lo specialismo che elimina ogni competenza simbolica delle persone in carne ed ossa, dall'altra. Entrambi i mostri sono già all'opera,
Immaginazione: tensione tra finito e infinito.

Parlando di consulenza filosofica il termine consulente rimanda ad una funzione di dar pareri, consigli, istruzioni, al fine di risolvere problemi e raggiungere un adattamento a modelli predefiniti, considerati idonei, giusti, corretti ma questo non ha molto a che fare col filosofare.
Per Socrate il F. è un moscone fastidioso, per A. il padre della pratica fil. È un agitatore, un rivoluzionario, dunque non potrà, in quanto tale, aiutare l’adattamento a modelli ma al contrario sarà portato a metterli in discussione, ad esplorare nell’ovvio, nello scontato, nel certo per trovare una falla, una breccia per entrare e creare quel caos momentaneo da cui possa nascere un più autentico ordine.
Pensiamo alla nascita di una stella danzante di N.

Il tema di questa mia è la funzione della C.f.vista in relazione alla psicologia perché molti si chedono in cosa le due discipline o attività in questo caso, si somiglino e si differenzino.
La tensione dialettica tra finito e infinito mi è sembrata un punto di partenza per iniziare a riflettere su questo.
Il tema mi è caro particolarmente perché lo sento autenticamente mio, prendendo a prestito il concetto da H.
Sempre ho vissuto questa tensione e altre analoghe. Il mito che ha animato la mia vita si può dire sia stato Penelope e Ulisse, Penelope che incarna la conservazione, la casa degli avi, la finitezza de domestico, Ulisse l’instancabile sguardo verso nuovi lidi, oltre i confini conosciuti.
Così come la coppia Hestia-Hermes è sempre presente in ogni seduta che conduco.


L'uomo certamente è una creatura finita e mortale, però ha questa capacità di pensare in qualche modo. Banalmente, lo sapete tutti, Cartesio dice: "Io ho un'idea di infinito. Sono un essere finito, non posso essermi dato questa idea", ed è una prova questa dell'esistenza di Dio.

Gli antichi greci consideravano l’infinito come una manchevolezza, una mancanza di definizione di determinazione. Inafferrabile dalla ragione, lontano dall’ideale greco di razionalità come ordine e armonia . Ne avevano una concezione negativa, di incompiutezza, di indefinitezza, di mancanza. Riconducevano all’infinito il male, l’errore e al definito il bene, la verità, ma, insofferenti di ogni limite, i greci considerano la realtà finita in quanto vista, e infinita in quanto da vedere e preferivano considerare l’infinito come potenzialità più che come attualità, come processo che non trova mai una fine, un completamento.

Secondo una logica aristotelica il finito si contrappone all’infinito, dunque diventa difficile comporli, ma già Cusano con la coincidentia oppositorum ha introdotto una nuova logica , poi con Freud e l’idea di inconscio gli opposti si intendono coesistenti simmetricamente e inscindibilmente.

Dunque la nostra mente può attingere a diverse logiche nel suo procedere, nel suo lavoro analitico di ciò che appare ai sensi e alla coscienza, così come nel procedere alla scoperta di nuovi percorsi e /o all’invenzione , attraverso l’immaginazione, dell’indeterminato.
La relazione tra finito e infinito da contraddizione si fa tensione tra due stati o potremo dire istanze dell’esistenza così come del pensare.


Cusano introduce il termine infinito in senso teologico e gli conferisce un significato positivo.
L’infinito si identifica con Dio , che è infinitamente buono e grande.
Ma l'idea dell'infinito nella mente umana è un tratto dell'epoca romantica. Pensiamo a Shelling a Hegel .Questo è un grande segno di eredità culturale, perché oggi noi siamo ancora eredi di questa idea: che l'immaginazione sia una facoltà perfino più potente, più suggestiva, di quella che può essere l'attività dell'intelletto, l'attività puramente razionale.

Sviluppando il tema dell'immaginazione che può descrivere l'infinito, può filosofeggiare, può rappresentare, può versificare, eccetera, noi abbiamo, come dire, l'accesso della creatura finita a qualcosa di molto più grande di lei.
Questa eredità ancora opera in molti campi della cultura contemporanea e anche proprio nell'ambito della filosofia, perché questa idea dell'infinito del romanticismo significa che la razionalità, l'attività culturale, non consiste solo nel raziocinare, solo nel ragionare, ma nell'autogenerarsi, cioè in una nuova definizione della propria identità, nel senso anche che per scoprire quello che noi siamo, per scoprire anche la nostra identità, dobbiamo anche inventarci con l'immaginazione.
Sembra un po' paradossale. Pensiamo un po' all'Oracolo di Delfi, "conosci te stesso". Poi pensiamo a Freud, all'es, dove c'è l'inconscio con le sue pulsioni tumultuose, oscure, là deve subentrare l'io, dove c'era l'inconscio delle passioni e delle pulsioni sessuali, deve subentrare la consapevolezza razionale. L’inconscio deve arrivare, entrare essere riconosciuto dalla coscienza.

Poi pensiamo al tardo Nietzsche che dice come si diventa ciò che si è. È molto strano che si debba diventare ciò che si è; se lo siamo dovremmo esserlo subito. Dal romanticismo in avanti c'è questa idea che la propria identità non è data così immediatamente, che bisogna costruirla con l'immaginazione, con un processo di autocreazione.
Insomma, per quanto paradossale possa sembrare, per scoprire quel che si è bisogna anche inventarsi.
La cura deve prendere in considerazione tale stato di finitezza, tenendo conto dell’infinitezza, in una tensione con l’infinito.
Oggi che cosa rappresenta l’infinito?
L’arte, che da sempre ha cercato di rappresentarlo, la letteratura, pensiamo a Kafka, Leopardi, Pessoa, Musil, Rousseau, Borges e mille altri, la musica, pensiamo alla musica barocca che ripete all’infinito lo stesso tema, alla musica romantica che esplode verso l’assoluto, l’inno alla gioia p. e.
Coplessi giovanili come i Pink Floid, con la loro musica ispirata da droghe allucinogene, esprimono l’istanza di andare oltre, di evadere dai confini del finito umano troppo umano.

Oggi però quello che sembra rappresentare meglio l’infinito , come direbbe Galimberti, è la tecnica, che diventa l’unica anima del mondo.
L’infinitezza della rete sembra aver preso il posto di altre possibili infinitezze, ma per fortuna sta tornando di moda la filosofia.

Se parliamo dell’animo umano diremo che l’infinito è un’unica tensione ben rappresentata dall’infinito leopardiano, è immaginazione che ha bisogno della finitezza, la siepe, per potersi dischiudere e realizzare.

Quando stiamo bene non sentiamo questa tensione, quando invece avvertiamo qualche disagio, ecco che una siepe si frappone tra noi e l’orizzonte, non quello naturale, ma l’ultimo che chiamerei mentale, e allora nasce l’infinito, o l’idea di infinito, come anelito come desiderio, aspirazione che ci annulla e fa naufragare la nostra finitezza fatta di disagio, dolore, malattia.

Come la filosofia può entrare in gioco ?
La scienza, il sapere sono finiti, definiti da regole, sperimentazioni, concetti acquisiti,ma il non sapere, l’ignoranza fanno parte del grande mondo infinito.

La filosofia che parte dal non sapere può, insegnare ad andare oltre, per quella tensione naturale che il filosofo ha verso l’infinito.
Non esiste meta finale, definitiva che non costituisca un inizio, non esiste un sentiero che non si apra ad altri sentieri, anche quando si interrompe,la siepe, ecco che si fanno altre scoperte.
Come può la filosofia aiutare la psicologia ?
La psicologia col suo lavorare sulla persona e sul suo passato, corre un rischio, l’implosione dentro, anche quando teatralizza l’esplosione di rabbie e risentimenti, è sempre un implodere su se stessi.
È un restare su se stessi. È solo un rischio naturalmente, non voglio qui essere polemica con gli psicologi , ma penso che ogni psicologo dovrebbe essere anche filosofo così come ogni C.F. dovrebbe essere anche psicologo, perche le discipline possono solo interagire, sconfinare, contaminarsi, evitando scissioni dia- boliche, separazioni forzate, che servono a delimitare categorie professionali ma non a chi opera nell’ambito della cura alla persona.
E qui introduco il termine cura che è caro alla filosofia.
La cura , il prendersi cura pensiamo subito ad Heidegger, ma anche ad H. Hesse, a T. Mann, la cura di ciò che è guasto riguarda tutti noi nel quotidiano, cura, prendersi cura, tras-curare, se ci soffermiamo su queste parole, sentiamo che sono alla base della nostra vita, evocano anche amore, infatti ci prendiamo cura di ciò che amiamo, e trascuriamo ciò che non amiamo.

Ma Eros è segreto e così all’improvviso può scomparire ma può anche riapparire.
La ri-scoperta di eros è una delle finalità, forse la principale, della consulenza filosofica.


La psicopterapia lavora sulle emozioni che in quanto e-mozioni portano fuori da, ma solitamente si tende a riportarle dentro si sé in un lavoro di introspezione animato dall’idea cartesiana che il mondo fuori sia materia inanimata.
Il riportare tutto alla propria interiorità non tiene conto di eros che è emozione verso qualcosa, fuori da. Negli anni 70 si è inaugurato lo slogan il personale è politico, che veniva da un vuoto di attenzione alle relazioni interpersonali soprattutto tra uomini e donne, lo slogan è di stampo femminista, e nasceva dalla necessità di osservare e approfondire i rapporti tra femminile e maschile, rivederne gli equilibri e squilibri, metterli in discussione per arrivare a nuovi equilibri.
In un ambito dove tutto era visto politicamente, dove la politica sembrava occupare e dunque spiegare e giustificare anche ruoli interpersonali.
Sembra che il mondo vada avanti secondo mode di pensiero e conseguentemente di azione.
Oggi il mondo è cambiato, così come le relazioni tra pubblico e privato, il privato ha trovato e uno spazio e un senso, realizzato anche grazie alla psicologia, pensiamo a quante riviste a tema escono in edicola, alle rubriche psicologiche di riviste e giornali, questo è una buona cosa, naturalmente,ma non perderei di vista la tensione dialettica tra personale e politico, cosa che si rischia di perdere, se ci si concentra troppo su una parte.

Gli approcci psicologici tendono a concentrarsi sul vissuto individuale-familiare, rischiando di tagliare fuori il mondo, e le relazioni con esso, J. Hillman afferma in Cento anni di psicanalisi e il mondo va sempre peggio, che la terapia potrebbe essere la malattia stessa, perché non tiene conto dell’anima esterna all’io, dell’anima che è dentro le cose definite cartesianamente, inanimate.

La psicologia sistemica considera l’individuo all’interno del sistema famiglia ma ancora prende in considerazione un ambito delimitato, in un certo senso ristretto.
E oggi la famiglia non è certo più quella di una volta o di altre volte.
Quella di un tempo o di altri tempi.
Spesso portiamo nel presente idee, immagini, rappresentazioni che in senso archetipico, dunque simbolico, continuano ad avere la loro pregnanza, ma solo fuori dalla letteralizzazione.
Spesso portiamo le nostre rappresentazioni in modo troppo letterale, e ci troviamo a cozzare con uno scenario completamente diverso, e improprio, che richiederebbe rappresentazioni elaborate più elasticamente e plasticamente.

La filosofia e il filosofare creano percorsi di analisi che hanno come centro e priorità le relazioni di senso tra l’individuo e il mondo, evitando l’appiattimento sulla coscienza individuale, realizzando il suo ruolo sociale e politico, di osservazione e interpretazione del divenire del pensiero, dei costumi,
degli equilibri socio- economici.
Il continuo mutare di noi stessi e del mondo, richiede spazi sempre nuovi di ricerca e di scoperta, in altre parole di apertuta all’ivenzione, alla creatività.

Il cambiamento può essere la cifra, il topos su cui soffermarci un attimo a riflettere.
Noi cambiamo anche se non ne siamo consapevoli, ma vorremmo cambiare in modo funzionale, utile alla qualità della nostra vita.
Spesso tendiamo a cambiare per adattarci, ma a che cosa?
A modelli .
Ora vediamo che i modelli socio-culturali sono in continuo movimento e trasformazione.
Anche il contesto culturale cambia, la globalizzazione, internet contaminano le nostre culture originarie a patto che si possa parlare di culture originarie, comunque originarie a livello personale.
Ecco che adattarsi non è più né così possibile, ne così utile.
La filosofia con l’incessante porsi domande tende all’infinito.
Un giorno di un po’ di anni fa uno psicologo mi disse, tu stai tra le nuvole, io sto con i piedi per terra.
Ecco questa credenza, ha della verità in sé, ma non tutta la verità.
Non è nel privilegiare la terra o il cielo che sta la verità, ma mi piace immaginare che sia preferibile stare su una corda ideale tra la terra e il cielo.
L’idea del funambolo forse è quella che meglio rappresenta la vita del filosofo, e siccome tutti lo siamo, anche se non ne siamo consapevoli, la vita di tutti noi non ha certezze.
Imparare a stare in equilibrio sulla fune è forse l’abilità più utile alla qualità della nostra vita.